THEOMAI*

RED DE ESTUDIOS SOBRE SOCIEDAD, NATURALEZA Y DESARROLLO /
 
SOCIETY, NATURE AND DEVELOPMENT STUDIES NETWORK 

    


"Il mio vicino è nero". Analisi delle relazioni di coabitazione in un quartiere popolare

 

Alfredo Alietti*


* Dipartimento di Sociologia, Università di Padova, Italia

 

Il problema della società moderna non è come eliminare gli stranieri, ma come vivere costantemente insieme a loro: cioè in una condizione di povertà, indeterminatezza e incertezza cognitiva

(Bauman, 1993, p. 163)

 

La relazione discussa è il frutto di un lavoro di ricerca indirizzato all’analisi delle relazioni nel quotidiano tra famiglie autoctone e famiglie d’immigrati insediatesi nei quartieri di edilizia pubblica a Milano(1). Rispetto ad altre situazioni metropolitane, il contesto milanese da questo punto di vista è senz’altro un osservatorio privilegiato. Infatti all’inizio degli anni ‘90 l’amministrazione posta di fronte a una grave emergenza alloggiativa, espressa in parte attraverso l’occupazione di alcune cascine periferiche in stato di abbandono, ha consentito a un numero significativo di famiglie immigrate di ottenere un alloggio nei quartieri Iacpm. I dati a nostra disposizione danno un quadro significativo. In particolare nel biennio ‘90-‘92 le assegnazioni a nuclei immigrati hanno raggiunto quasi il 20% del totale, per poi dal 94 assestarsi ad una quota del 7%. Un altro dato interessante riguarda la partecipazione al penultimo bando di assegnazione delle case popolari del ‘92: su un totale domande presentate (17.110) la domanda di nuclei familiari immigrati era pari al 12% circa (2.055). Di questo 12 % ne sono stati ritenuti idonei l’82% circa (1694) che corrispondono al 15.5% del totale degli idonei. Per quanto riguarda le presenze effettive nei diversi quartieri popolari i dati messi a disposizione dall’Ufficio Anagrafe dello Iacpm, evidenziano come alcuni quartieri, tra cui il Molise ed il Calvairate, dove si è svolta una parte della ricerca, raggiungono rispettivamente il 6,7% e il 4,7%(2). Spesso questi dati sono sottostimati per una serie di ragioni: occupazioni abusive, presenza in uno stesso alloggio di più nuclei familiari o di eventuali residenti non registrati, occupanti regolari che non rispondono al questionario dell’anagrafe(3). I quartieri dove gran parte delle famiglie immigrate hanno ottenuto l’alloggio, sono quartieri periferici in cui sono evidenti i processi di degrado fisico e sociale. Quartieri dove sono più visibili i segni delle profonde trasformazioni economico-sociali della città post-fordista e dove si sono concentrate le cosiddette nuove povertà urbane: famiglie monoparentali, anziani, giovani disoccupati a bassa scolarità (Mingione, Zajczyk, 1992). Un altro elemento caratterizzante questi contesti urbani è la destrutturazione del legame sociale, precedentemente ancorato a una cultura operaia che esprimeva una forte vitalità politica

Indicatore di questa condizione, evidente anche in altri città europee, è rappresentato dal fatto che costruendo un cartina con i luoghi socializzanti di vent’anni fa e confrontandola con una cartina dei luoghi socializzanti di oggi emerge il processo di sostituzione del militante con l’assistente sociale (Dubet, 1989).

Dunque quartieri in cui, ancora prima della presenza degli immigrati, erano già a maturazione quegli effetti disgreganti che nell’ultimo periodo sembrano imputarsi esclusivamente alla loro presenza come il caso di San Salvario a Torino e più recentemente il caso di via Meda a Milano, hanno ampiamente dimostrato. Questa occultazione dei fenomeni sociali ed economici che alimentano il disagio abitativo, o ad esempio della presenza di una rete criminale italiana locale già attiva che necessita di manodopera straniera, è sicuramente un sintomo della scarsa attenzione nell’analisi(4). Questi processi inducono un panico morale che trova nell’anello debole, l’immigrato, la sua ragion d’essere, alimentando quello che è stato definito in Francia "razzismo popolare" (Wieworka, 1994; Jacquin 1991; Borgogno, 1990). Intendendo con questa definizione l’emergere di atteggiamenti e pratiche discriminatorie nei confronti della minoranza immigrata in ambienti urbani popolari. Dalle ricerche condotte emerge che il razzismo popolare trova un suo spazio soprattutto nei ceti autoctoni più colpiti dalla crisi economica e sociale e che vivono a più stretto contatto con famiglie immigrate (De Rudder, 1992). In questi casi l’atteggiamento di rifiuto diviene per gli autoctoni un mezzo di distinzione su un piano simbolico da soggetti stigmatizzati, divenuti prossimi sia sul piano sociale che sul piano spaziale (Borgogno, 1990).

La necessità di verificare la costruzione sociale negativa delle famiglie immigrate che vivono a stretto contatto con famiglie italiane rappresenta un terreno fondamentale di analisi e di ricerca interno agli studi delle relazioni interetniche e del razzismo e/o xenofobia, ambiti nei quali ci troviamo ancora in una stato embrionale. A Milano, come abbiamo visto, e così come in altre città, nei quartieri popolari si vengono a strutturare relazioni continue, quotidiane, dando sostanza a quel processo ampiamente studiato in Francia definito coabitazione interetnica (De Rudder, 1987).

Il modello prevalente di coabitazione interetnica non è scontato che si cristalli in un conflitto più o meno latente, come spesso i mass-media tendono a proporre. Le relazioni tra famiglie immigrate e famiglie italiane compongono un quadro complesso, nel quale tendono a sovrapporsi discorsi e pratiche dai confini incerti, imprevedibili. Indubbiamente la logica della cosiddetta funzione-specchio degli immigrati, nel caso delle periferie popolari funziona bene. Sia nel caso delle banlieue parigine che nelle periferie milanesi, l’inserimento di famiglie immigrate ha comportato la "scoperta" del degrado sociale ed economico. E’ evidente che, di là degli allarmismi, non si siano ricostruite le politiche che hanno permesso la segregazione delle nuove "classi pericolose"(5).

A partire da queste sintetiche premesse vorrei presentare alcune risultati di ricerca rispondendo alle seguenti domande: Quali le reazioni delle famiglie italiane di fronte al "cambiamento di pelle" del vicino di casa? Questo inserimento "legale" di famiglie immigrate in questi quartieri in crisi cosa ha modificato? La convivenza nel quotidiano quali mutamenti ha prodotto nel sistema locale di relazioni e di norme implicite ed esplicite,?

 

L’immigrazione come problema di ordine e insicurezza

2..Seppure in gradi diversi l’immigrazione, dai resoconti delle interviste, rappresenta per i residenti un problema sociale che porta con sé disordine, caos e mette in moto processi di insicurezza e di paura. Ciò che emerge con chiarezza è la difficoltà a comprendere un fenomeno complesso che appare confuso e la conseguente apertura a stereotipi sociali che fungono da strumenti cognitivi che economizzano tale esperienza(6).

L’economia cognitiva non si riduce solamente all’uso di stereotipi negativi, ma anche al ricorso alla diceria che rappresenta il tentativo di stabilizzare un ambiente sociale che ha perso i suoi riferimenti valoriali, politici e sociali dicerie sulla delinquenza dell’immigrato, sui privilegi concessi dalle istituzioni alle famiglie immigrate, permettono di ricostruire un’identità collettiva in una congiuntura inedita di malessere sociale e hanno la funzione di assicurare una posizione dominante agli autoctoni nel processo di riorganizzazione nei rapporti sociali in corso (Bastenier, 1991, p.184)(7).

Le dicerie alimentano un sapere di senso comune che articola una tipizzazione negativa dell’immigrato: "lo sanno tutti" che l’immigrato non può non rubare, non può non portare via il lavoro agli italiani(8).Questa articolazione, a sua volta, alimenta la rappresentazione dell’immigrato come un soggetto premoderno che contrasta con l’esperienza di presunta modernità della nostra società. Sono ricorrenti nelle interviste, non solo in quelle più apertamente contro l’immigrazione, immagini che danno conto di questa idea dell’immigrato come individuo appartenente a una cultura pre-sociale, primitiva. Il prevalere della comunità sull’individuo, l’atteggiamento nei confronti delle donne, la scarsa pulizia, la loro naturale istintività sono alcune delle figure discorsive che vengono a formare questa idea. L’aspetto del primato delle relazioni comunitarie che caratterizzerebbe la vita quotidiana delle famiglie immigrate, pone l’autoctono in una situazione critica di dissonanza cognitiva. Da un lato le famiglie italiane si sentono appartenere a una modernità sociale che li differenzia dall’immigrato, dove gli aspetti individualistici hanno preso il sopravvento sugli aspetti propriamente comunitari; dall’altro il rimpianto degli stessi per un modello di vita solidaristico e comunitario che caratterizzava il quartiere prima del degrado(9).

Riflettendo su questa dimensione, spesso, gli autoctoni affermano l’esistenza di una barriera comunicativa. Questo emerge ad esempio negli aspetti propriamente estetici, dove la figura della donna musulmana con il velo riproduce l’immagine di chiusura al nostro modo di vedere le cose.

Questa supposta volontà al diniego della relazione delle famiglie immigrate si situa all’interno di un preciso frame cognitivo dell’autoctono. L’esperienza nel quotidiano di uomini e donne culturalmente diverse nel loro presentarsi in pubblico, appare relazionarsi alle rappresentazioni socialmente condivise. Ritroviamo la logica che privilegia la riduzione della complessità con il riferimento a tipizzazioni culturali che permettono all’autoctono di non esplicitare le proprie difficoltà ad accettare la presenza dello straniero. L’autoctono percepisce l’immigrato, attraverso un modello che possiamo definire insieme a Merton della "profezia che si autoadempie": nel momento stesso in cui la differenza dell’immigrato/a si manifesta in maniera esplicita, tale differenza diviene la base della loro volontà di rifiutare il dialogo. Entrando in una visione più approfondita delle relazioni, l’immigrato nella sua visibilità pubblica porta con sé oltre la dimensione dello screditato, anche la dimensione dello screditabile (Goffman, 1972), nel senso che le sue pratiche quotidiane mostrerebbero la sua chiusura all’interno della propria comunità e il complementare diniego a possibili relazioni di cooperazione.

L’immigrazione come fenomeno negativo domina la scena e la reazione a questa realtà sembra essere negli autoctoni dello stesso tono: la paura di perdere, come sopra accennato, la propria posizione dominante. Termini come invasione, colonia, testimoniano questa preoccupazione che non possiede una propria realtà tangibile, ma che viene in parte a formarsi per l’ipervisibilità sociale dell’immigrato nello spazio pubblico e in parte dalle rappresentazioni veicolate dai mass-media.

Di fronte a questo disordine collegato al fenomeno dell’immigrazione si consolida un processo di vittimizzazione (Ackerman, 1986). Tale processo crea un legame sociale fittizio e permette di esplicitare le cause di un malessere vissuto come imposizione da chi è lontano dai problemi quotidiani. Cause che richiamano un disegno preciso delle istituzioni e dei politici di abbandonare al proprio destino il quartiere. In questo caso la presenza dell’immigrato rappresenterebbe una prova consistente di tale volontà.

Il quadro delineato configura uno spazio sociale aperto a tendenze xenofobe. Il problema è di capire se la rappresentazione sociale condivisa dell’immigrazione come ulteriore disordine al disordine quotidiano strutturi anche le relazioni nel quotidiano.

 

La quotidianità della coabitazione

La condizione generale dei quartieri è tale per cui all’immigrato non viene assegnata nessun tipo di utilità economica né tanto meno sociale. Ciò significa che la presenza dell’immigrato non si caratterizza per la presenza di attività economiche o per la partecipazione alle attività sociali del quartiere(10). L’immigrato è considerato nella sua immediatezza e la sua presenza viene vissuta nella maggioranza dei discorsi come una presenza imposta con cui necessariamente bisogna confrontarsi. L’incontro avviene per lo più in ambiti pubblici, dove la forma dominante nelle relazioni tra famiglie autoctone e famiglie immigrate è rappresentata dalle forme di cortesia.

Nella sostanza ci si ignora, si percepisce la reciproca com-presenza ma non viene superata la soglia di un riconoscimento formale negli incontri occasionali nei differenti spazi pubblici: sulle scale, nei cortili interni, nei giardini esterni. Siamo ancora in una fase di conoscenza reciproca, dove la diffidenza gioca un ruolo importante nella strutturazione delle relazioni.

Ma se si evidenziano alcuni aspetti dell’interazione nel quotidiano soprattutto nell’ambito privato, in realtà ci troviamo di fronte a delle relazioni che nascono a livello personale e che formano relazioni significative di reciproco riconoscimento e accettazione.

Il richiamo frequente nelle interviste alla mia vicina di casa extracomunitaria pulita ed educata, al mio vicino egiziano gentile e discreto confrontato con altre situazioni dove l’immigrato è vissuto nella sua virtualità negativa, rappresenta senza dubbio un elemento che dà forza all’idea che superato il momento della diffidenza, a livello individuale la relazione si apre e si stabilizza.

Gli aspetti cooperativi sono collegati a una comune partecipazione alle difficoltà materiali. Scambi di natura economica, reciproco aiuto nelle difficoltà contingenti formano un quadro complesso delle possibilità di coabitazione. Gli scambi di natura economica generano delle "microeconomie di scala" che consentono soprattutto alle persone anziane autoctone di aprire i propri spazi privati a immigrati residenti, temporaneamente senza lavoro; o a nuclei familiari italiani e stranieri di rendere meno difficoltoso l’affrontare problemi contingenti nel quotidiano.

L’esempio ricorrente riguarda l’andare prendere i figli a scuola, o tenere i bambini in assenza del genitore. Come vivono questa esperienza di relazione le famiglie immigrate?

Emergono con chiarezza dalle interviste alcuni aspetti sopra discussi per gli autoctoni, come ad esempio la diffidenza, la difficoltà di comunicare e la conferma di forme prevalenti di cortesia e di una soglia che generalmente non viene superata.

Le famiglie immigrate non si sentono vittime di discriminazioni o di espliciti rifiuti alla comunicazione; la consapevolezza delle difficoltà di relazione che non dipendono solo da possibili motivi xenofobi degli autoctoni, mette in luce la complessità delle relazioni che si vanno formando.

Agiscono in questo senso, problematiche collegati a fattori come ad esempio il progetto migratorio. Le famiglie eritree intervistate, che hanno manifestato una maggiore volontà di insediarsi definitivamente, evidenziano con chiarezza i conflitti e le solidarietà che si manifestano nelle relazioni quotidiane. Negli altri casi, famiglie egiziane e maghrebine, la tendenza che prevale è rappresentata dall’attesa. La volontà di aprire un dialogo con le famiglie autoctone, appare restringersi nel momento stesso in cui le difficoltà dell’inserimento si impongono. Se si registrano delle differenze nella volontà di aprirsi o meno alla società locale, sono da rilevare due importanti questioni. La prima riguarda il discorso sulla vita quotidiana nel quartiere che è percepita in generale come dominata dall’egoismo e dalla mancanza di solidarietà. Questo discorso, richiama e conferma parte delle interviste con gli autoctoni nelle quali si evidenzia un’età dell’oro delle relazioni contraddistinte da pratiche solidali. La seconda è la consapevolezza di gran parte delle famiglie di come ci si debba comportare per non alimentare atteggiamenti di rifiuto e di conseguenza attivare nello spazio pubblico comportamenti ipercorretti (Sayad, 1996). La conferma di questo ipercorrettezza si esplicita ad esempio nel non sostare nei luoghi ritenuti "pericolosi" come i giardini, luogo serale di spaccio, per non confermare l’idea che l’immigrato sia un pericolo.

 

Il conflitto e la relazione pedagogica

Il conflitto si struttura a partire dall’adeguamento alle norme implicite e esplicite delle famiglie immigrate. Gli atti quotidiani, culturalmente definiti a livello locale, nei confronti delle strutture in comune, dei modi di utilizzo di tali strutture e dei modelli di comportamento nel privato di fronte alle famiglie immigrate vengono ad assumere una rilevanza tematica che viene riconsiderata e ridiscussa.

Abbiamo visto che il presupposto da cui si parte è che l’immigrato in generale, comunque ha uno stile di vita diverso, vissuto in parte come incompatibile con il nostro. Tale presupposto se in alcuni casi non nasconde una forma esclusiva di rifiuto, nella maggior parte dei casi analizzati pone in essere una forma relazionale di subordinazione. La necessità dell’autoctono di verificare la legittimità delle proprie convenzioni riguardo l’ordine e il buon vicinato, ribadisce la particolare situazione di dover insegnare come ci si comporta nella scala, in cortile, in strada. L’immigrato in questo senso assume due differenti immagini nei discorsi degli autoctoni: da un lato come già sottolineato, la sua incapacità culturale di adeguarsi alle norme, dall’altro la sua scarsa o nessuna conoscenza delle regole e le norme espresse o tacite.

Di conseguenza nel momento della eventuale rottura di una regola da parte dell’immigrato s’instaura già da subito ciò che possiamo definire relazione pedagogica. Un dato interessante che in tutte le interviste ai residenti italiani se l’immigrato non desta preoccupazione se rispetta le regole della convivenza, tali regole non vengono mai chiaramente espresse. Questo è possibile, perché l’autoctono si legittima nell’intervento pedagogico nel momento stesso in cui si richiama alle immagini di povertà culturale dell’immigrato descritte sopra. L’incapacità di comprendere nel proprio orizzonte gli elementi basilari presupposti dagli autoctoni per la gestione dei problemi quotidiani rappresenta senza dubbio una colpa, che l’immigrato si porta con sé. Siamo nel campo dello screditabile. L’immigrato viene ri-conosciuto attraverso comportamenti definibili in maniera univoca. Ciò comporta spesso che l’attribuzione di colpa nei suoi confronti per situazioni generatrici di conflitto sia data per scontata, non verificata(11).

Le aspettative di comportamento degli autoctoni nei confronti delle famiglie immigrate sono spiegate e strutturate a partire da uno stile dell’abitare che appare connaturato sia strutturalmente che contingentemente ai problemi dell’emigrazione/immigrazione.

Il problema dell’adattamento alla normalità rappresenta il tema su cui ruotano le possibilità di conflitto o meno. Spesso questa problematica, espressa in toni allarmistici, copre in realtà il dis-adattamento dell’autoctono a comprendere una situazione di "crisi" nella quale è costretto a vivere e lo porta a ribadire il suo rifiuto. In prima istanza in questo tipo di discorsi la componente etnica del conflitto rappresenterebbe la base per un diniego del rapporto. Le differenze dei modi dell’abitare delle famiglie immigrate vengono reificate, negando così la possibilità di una risoluzione dialogica degli eventuali. Questo problema della reificazione nelle relazioni di coabitazione è un problema che si collega a ciò che è stato discusso precedentemente quando si faceva riferimento alle rappresentazioni collettive sull’immigrazione fornite dagli autoctoni.

Questo non significa che nel quotidiano sempre e comunque la possibilità di dialogo venga negata con il ricorso a tipizzazioni negative dell’altro, ma è importante sottolineare come queste diventino nel corso delle relazioni, uno stock di conoscenza disponibile a giustificare il conflitto.

L’elemento che unifica le diverse possibilità del conflitto si rivela dunque la presunta impossibilità dell’immigrato di accettare i diversi contesti normativi.

Un esempio interessante a riguardo. In alcuni casi il conflitto si costruisce a partire da una dimensione di appropriazione indebita degli spazi in comune, o ancora meglio nell’uso improprio di tali spazi, che viene imputata alla sua "ignoranza" delle regole conseguenza naturale del suo "venire da fuori". Qui il discorso si fa estremamente delicato e complesso.

Da un lato è evidente che il conflitto non si deve considerare esclusivamente in termini xenofobi. La rottura della norma in senso lato, produce conflitto come nel caso di due famiglie italiane, il classico conflitto di vicinato. Anzi nelle interviste e in discussioni informali con diversi abitanti, spesso l’immigrato viene sollevato da alcune colpe specifiche, rimarcando come vi siano invece delle famiglie italiane che si comportano nello stesso modo e che in quanto autoctoni dovrebbero conoscere i modi "civili" di comportamento pubblico e privato

E’ un conflitto circoscritto, strettamente legato a delle contingenze e non a un rifiuto preventivato, strutturale e duraturo. Viene meno l’identificazione in termini etnici dei rapporti, che invece abbiamo visto operare quando il discorso faceva riferimento al problema immigrazione in genere. Dall’altro lato, come precedentemente affermato, nel disordine quotidiano si evidenzia una insofferenza verso una situazione conflittuale di disagio alla quale partecipa attivamente la presenza dell’immigrato. La prova di questa affermazione la ritroviamo negli stessi discorsi degli autoctoni in riferimento al quartiere . Nella maggior parte dei casi il rinvio alla situazione del quartiere e alle sue dimensioni generatrici di conflitto sono chiare. Qui sono evidenti le difficoltà reali che hanno una natura strettamente correlata al contesto della relazione. Il quartiere è già di per sè anomico, dunque l’anomia apportata dall’immigrato non comporta un aumento anzi per certi aspetti, l’autoctono individua la possibilità di una maggiore "integrazione ". Ma l’immigrato come idealtipo rappresenta sempre e comunque un problema sociale. E’ un dato che rende complessa la possibile relazione positiva di coabitazione.

Anche i diversi modi di appropriazione dello spazio pubblico e le interazioni nel quotidiano comportano dapprima una presa di distanza per poi ridursi man mano che si recepisce nelle famiglie immigrate la stessa difficoltà. Il riconoscimento della presenza immigrata e la sua accettazione nello spazio pubblico è problematica, ma non significa che in molti prevalga la consapevolezza di costruire, volente o nolente, una convivenza.

Seguendo le analisi emerse in altri studi francesi, possiamo affermare che le situazioni di rifiuto della relazione si spiegano a partire non solo dall’incomprensione delle pratiche culturali straniere e agli ostacoli inerenti alla comunicazione interetnica: al contrario l’accento posto dagli autoctoni sulle differenze culturali degli immigrati appare spesso nei fatti come un tentativo di ristabilire su un registro culturale una differenza venuta meno sul piano sociale (Lorreyte, 1989, p.256).

Il problema registrato è il rimando a una visione d’insieme negativa della prossimità sociale con chi è marcato etnicamente in modo negativo dalla società di accoglienza nel suo insieme. Dunque la possibile etnicizzazione dei rapporti sociali nel quotidiano così come si esplicita nel caso, ad esempio dei quartieri popolari francesi, non sembra nel nostro caso avere la stessa chiarezza interpretativa.

Queste osservazioni sono importanti perché rendono conto di un tipo di relazione che non mette ancora in gioco una identità etnico/nazionale capace di fornire una razionalizzazione al rifiuto e alla discriminazione. Siamo di fronte a un’individualizzazione dei rapporti dove convivono contemporaneamente differenti modalità di rapportarsi con l’immigrato vicino di casa.

E’ necessario rendersi conto che l’equilibrio fragile che viene a formarsi nella relazione di coabitazione interetnica, non trova solo la sua possibile rottura relazionale nel caso degli immigrati ma anche nei confronti delle famiglie italiane ultime arrivate.

L’immigrazione come fenomeno in sé e il successivo stabilirsi nei nostri paesaggi urbani dello straniero, fenomeno per sé, producono ambiguità, discorsi ambivalenti

Il discorso, anche più espressamente razzista, si muove costantemente tra due distinti registri che si compenetrano a vicenda: da quello dell’immigrazione a quello delle condizioni di vita, di un’esperienza quotidiana e di un malessere sociale e relazionale, che non dovendo niente alla presenza immigrata, alimenta tuttavia, a volte, il primo per accentuarlo e renderlo più virulento (Jacquin, 1992).

 

Note

1. La ricerca, ancora in corso, è stata condotta, attraverso una metodologia etnografica, in due quartieri di edilizia residenziale pubblica nella zona sud e sud-est di Milano (Molise-Cavairate e Stadera). Negli ultimi anni in questi quartieri hanno ottenuto l’alloggio una percentuale significativa di famiglie immigrate, dal 6% al 4% del totale dei residenti.
2. I dati presentati sono stati raccolti direttamente all’Ufficio Anagrafe dell’Istituto Autonomo Case Popolari (adesso divenuto ALER, Azienda Lombarda Edilizia Residenziale) e dal Sindacato Inquilini (SICeT). Per quanto riguarda i dat del questionario, l’Ufficio Anagrafe ogni due anni rileva le condizioni economiche per verificare il canone di locazione.
3. A questo proposito sarebbe interessante analizzare i processi d'inclusione nelle graduatorie e il percorso delle famiglie immigrate per ottenere un alloggio popolare che spesso sfocia in forme di razzismo istituzionale, dalle mie informazioni questo aspetto fondamentale stando alla letteratura in materia non mi sembra sia stato approfondito. Un esempio fra tutti è il caso milanese: il governo della Lega ha portato con lo slogan duemila famiglie immigrate duemila case in meno ai milanesi a cambiare la valutazione per ottenere il punteggio utile per l'assegnazione, creando così casi paradossali: a Sesto un immigrato con le stesse caratteristiche del disagio abitativo ha un punteggio maggiore del suo compaesano che è residente a Milano. Questa condizione la dice lunga sulla mancanza totale o quasi di una serie politica abitativa e residenziale.
4. Un esempio tratto dalla mia esperienza di ricerca rispetto a quest'ultima considerazione riguarda il fenomeno del cosiddetto racket delle occupazioni abusive: nel quartiere Stadera un paio di anni fa sono stati arrestati due immigrati che gestivano questo racket affittando le case abusive ad altri immigrati. Questo fatto di cronaca ha permesso ad alcuni di leggere la situazione come la prova che l'immigrato importa criminalità dimenticandosi di raccontare che in un documento di circa vent'anni prima, in totale assenza di famiglie immigrate, le organizzazioni politiche interne al quartiere denunciavano il racket delle occupazioni abusive. Cosa era successo nella sostanza? La malavita italiana del quartiere che insieme al mercato dell'eroina gestiva il racket delle occupazioni abusive negli ultimi anni è stata ridimensionata attraverso due imponenti operazioni di polizia e di conseguenza necessitava di sostituire la manodopera autoctona.
5. Questa mancanza è evidente nel caso italiano. Come scrivono Blanc e Garnier (1984) per il caso francese, "l’esacerbazione del razzismo che si avverte in Francia non è solo una delle cause della condizione urbana degli immigrati: è ugualmente il prodotto. Questo perché si dovrebbe anche mettere in luce i meccanismi istituzionali che territorializzano la segregazione, in primo luogo l’assegnazione degli alloggi popolari". Per una ricostruzione delle politiche abitative contro l’esclusione in Italia vedi il saggio di Tosi (1995).
6. Per l'analisi degli stereotipi sociali e del loro funzionamento come riduttori di complessità, vedi il saggio di A. Maas, "Gli stereotipi", in R. Trentin.
7. Per l'analisi della diceria come forma di pensiero sociale che risponde al bisogno di comprensione semplificata di avvenimenti poco chiari, vedi il saggio di A. Bastenier, «L’immigrazione nel quotidiano: la funzione sociale della diceria», Prospettiva Sindacale, 79/80, marzo-giugno 1991. In questo saggio Bastenier sottolinea un aspetto che è utile ai nostri fini di ricerca: «se le classi medio-basse sono più soggette delle altre all'influenza della diceria, si può pensare che ciò si verifichi perché vivono in condizioni più ansiogene, in un clima di quotidiana frustrazione che li pone più regolarmente a contatto con le tensioni che attraversano la società multietnica: Coloro i quali vivono nei quartieri eleganti, lontano dalle riorganizzazioni sociali che inevitabilmente comporta l'ampiezza demografica del fenomeno immigratorio, sono ovviamente minacciati in maniera meno diretta nelle proprie regole e nei rispettivi ruoli rispetto a quanto lo siano le classi inferiori», p. 181.
8. Utilizzo senso comune nell’accezione datagli da Jedlowski, nel suo saggio «Quelli che tutti sanno. Per una discussione sul concetto di senso comune», Rassegna Italiana di Sociologia XXXV, n° 1, gen.-mar. 1994, pp.49-77: «E' proprio del senso comune che le cose al suo interno siano date per scontate. Il suo concetto comprende un insieme di assunzioni condivise entro una cerchia sociale, ma anche l'atteggiamento e il processo che traducono tali assunzioni in evidenze naturalizzandole, e difendendole dalla minaccia costituita da assunzioni alternative», p.76.
9. Nelle interviste effettuate agli autoctoni, sia anziani che giovani, emergeva una sorta di età dell’oro nella vita del quartiere, dominata da relazioni comunitarie e solidaristiche.
10. Utilizzo il concetto di utilità nel significato discusso dalla De Rudder (1991).
11. Possiamo definirlo "effetto alone". Un esempio tratto dall’intervista al commissario spiega questo effetto: alcuni residenti aveva sporto denuncia contro un gruppo di extracomunitari che secondo loro spacciavano droga di notte sotto le loro finestre. Dopo una serie di appostamenti la polizia è intervenuta scoprendo che erano tutti italiani.

 

Bibliografia

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